SLEGO 1980-1988

Vorrei iniziare il mio blog con un ricordo; un ricordo di anni “convulsi e frenetici” che hanno portato all’apertura dello SLEGO nel 1980.

Un testo scritto nel 2013 a corredo del cofanetto SLEGO LIMITED EDITION contenente le riproduzioni di tutti i miei manifesti disegnati per “the best rock club in Italy” come scrisse una volta il Times. Realizzato in memoria di Thomas Balsamini, storico dj dello Slego e del Velvet.

Un testo che tenta di spiegare a chi non c’era, lo spirito che animava la Rimini underground e che ha portato me ed un piccolo gruppo di amici all’ideazione di un luogo mitico.


Londra, ottobre 1979: da qui per me é iniziato tutto.

Non che prima non ascoltassi la nuova musica che arrivava dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, o che non fossi attento alle novità, ma l’immersione di un adolescente riminese in una situazione esplosiva come la Londra di quegli anni per me é stata una vera rivoluzione.

Subito dopo il breve terremoto del punk, stava vivendo un nuovo rinascimento, fatto di musica, moda, stile. Di colpo ho capito quanto noi, l’Italia degli anni di piombo, del terrorismo, delle bombe, degli scontri di piazza, fossimo distanti dalla nuova ondata che stava investendo l’Europa: la New Wave.

Certo, a Bologna soprattutto, c’era stato il ’77. Quello degli indiani metropolitani e della creatività diffusa, ma ho sempre pensato che rappresentasse l’approdo del movimento del ’68, più che essere l’anno zero del punk in Italia. Si portava dietro (e dentro) insofferenze politiche e sociali figlie degli anni sessanta; non a caso da lì a poco il tutto sarebbe finito con le P38 e le autoriduzioni.

E a Rimini, tra i gelati e le bandiere?

Quì si sonnecchiava in un torpore che se d’estate poteva risultare piacevole perché apparentemente cosmopolita, d’inverno diventava insopportabile. E più passava il tempo e più sentivo che dovevamo fare qualcosa. Assolutamente. L’occasione si presentò quando incominciai le trasmissioni a Radio Attiva (dove con Savio Mancini conducevo Marquee Moon, la prima trasmissione sulla nuova onda) e poi a Radio San Marino, dove riuscii ad imporre le mie scelte musicali, e dove conobbi Massimo Buda, allora critico musicale di Paese Sera e tra i pochissimi in Italia attenti alla nuova musica.

Le trasmissioni in diretta di Radio San Marino (la mia si chiamava Too Drunk Too Funk, quelle di Massimo o di Werther Corbelli, ovvero Mister X e poi Franco Fattori) e le dirette notturne (clandestine), che di fatto si trasformavano in un all night long party” negli studi della radio, sono state fondamentali per la crescita della scena di quella che si sarebbe chiamata (il termine l’abbiamo creato noi) Metropoli Balneare.

A Radio San Marino noi quattro facevamo a gara per scovare le novità e poterle proporre in radio creando così un corto circuito con gli ascoltatori che spesso smettevano di essere tali per diventare parte integrante della scena. Subito dopo arrivarono i locali, prima l’Aleph, il locale vuoto come te (giugno 1980) e subito dopo lo Slego Psycodancing (23 novembre 1980).

Piccoli spazi da non confondere assolutamente con le grandi discoteche come l’Altro Mondo Studios o la Baia Imperiale. Erano dei club underground totalmente alternativi alla musica mainstream, fosse il rock dei dinosauri, quella dei cantautori, il jazz-rock o la disco-music. Locali (quasi sempre) solo invernali proprio perchè vivevano ai margini dell’estate riminese dei gelati al limon e delle bandiere gialle.

A Pier Vittorio Tondelli, ora incensato cantore degli anni ottanta, questo dettaglio nel romanzo Rimini (1985), é sfuggito. Infatti racconta una città da cartolina distante anni luce dal nostro mondo. Rimedierà nel weekend (postmoderno).

Se l’Aleph si caratterizzava per l’estremo rigore della scelta stilistica ed estetica, ispirata alla New Wave più elitaria (conosco l’argomento avendoci lavorato come dj nell’estate 1981, quella dei Tuxedomoon residents” a Cattolica), lo Slego (il mio Slego, ma anche di Werther Corbelli, di Roberto “bull” Buldrini, Caterina Fabbri, e di tutti gli amici che hanno aiutato a realizzarlo davvero) il cui (mio) sottotitolo lo definiva l’ultimo locale beat, proprio per marcare la differenza da tutti gli altri e da tutta l’altra musica, lo Slego faceva della ricerca e della provocazione la sua caratteristica. Le mie scalette musicali, come quelle di Werther Corbelli, si rinnovavano quasi completamente ogni settimana, per stare al passo l’infinità di musica nuova ed eccitante che arrivava in quei mesi febbrili. Sui piatti di Radio San Marino prima e poi su quelli dell’Aleph e Slego, mettevamo i primi dischi (33 ma soprattutto 45 giri e per la prima volta ep) di tanti gruppi nuovi, allora agli esordi ed oggi mitici: PIL, Siouxie & The Banshees, Talking Heads, Cramps, Joy Division, Suicide, Specials, Bauhaus, Cure, Pop Group, Gang of Four, e poi Human League, Heaven 17, New Order, Echo & The Bunnymen, Stray Cats, ma anche bizzarre riscoperte di musica degli anni sessanta: Mina, Rocky Roberts, Rita Pavone, Harry Belafonte o i Platters di cui programmavo sempre Sixteen Tons.

Ma sia lo Slego che l’Aleph, oltre che per la musica, nel corso degli anni in questi due locali si sono esibiti praticamente tutti i gruppi più importanti della scena New Wave italiana e mondiale, erano anche dei palcoscenici per la moda, lo stile, il design, la grafica: e non é un caso che Complotto Grafico sia nato allo Slego. Anch’io, con Maurizio Castelvetro, Sauro Fiori, Stefano Ferroni, Stefano Campana e poi Massimo Sirotti, volevo “fare un gruppo(come i N.O.I.A., i Violet Eves, gli Shaming Borsalino, i Death SS, o i Mickey and the Mouses). Un gruppo che però al posto di chitarre e tastiere aveva carta, penne, matite e idee. Ecco, le idee: musicali, grafiche, teatrali, della moda, del design. Chi aveva delle idee, in quei giorni convulsi e frenetici, poteva utilizzare, forse per la prima volta, i club per metterle in mostra davanti ad un pubblico particolarmente attento alle novità. Un pubblico che spesso altro non era che parte integrante della scena, dove tutti o quasi erano musicisti, stilisti, grafici, designer.

Questo credo sia il punto fondamentale. Nella prima metà degli anni ottanta si é sprigionata tanta creatività e voglia di sperimentare come forse mai nella storia d’Italia. Poi quella scena dapprima limitata allo Slego ed all’Aleph, incominciò a “migraretra nuovi locali che incominciarono a nascere o che vi si adeguarono, perchè stranamente quel fenomeno marginale stava diventando importante: nasceva il “nightclubbing.

Lady Godiva, Insomnia, ma anche il Vidia a Cesena, il Rio a Cervia oppure luoghi “trasversalicome La Luna a Riccione, il Bar Mazzini o Bigno a Rimini dove all’alba per colazione incrociavamo cacciatori e netturbini appena svegli. Locali ma anche negozi (Cookoo’s Nest di Cattolica su tutti) o addirittura un barbiere

(alla stazione di Rimini) il quale un giorno mi chiese come mai tanta gente “stranaandasse a tagliarsi i capelli proprio da lui senza prendere il treno… Poi piano piano, come sempre succede, la rivoluzione” incominciò a perdere slancio, anche se altri frutti nacquero (l’Aleph Cult Club nel 1984, il Rockhudson’s nel 1987, il 365 nel 1988) ma il furore dei primi anni era ormai esaurito. Simon Reynolds, nel suo libro Rip It Up and Start Again, considera il 1984 l’ultimo anno di quello che ora si chiama Post Punk. Sono d’accordo, e non sarà un caso se proprio in quell’anno il mio manifesto per lo Slego si intitolava The Psychedelic Age, inaugurando i quattro anni psichedelici. Lo Slego era sempre un passo avanti ai tempi (lanciando Long Ryders, Dream Syndicate, Green on Red, R.E.M. e tanti altri) ma per la prima volta con una visione retrospettiva e di fatto nostalgica. La grande corsa verso la modernità era finita.

Il futuro era ormai alle nostre spalle.

 

2 Comments
  1. Non so se essere triste oppure fiero se ripenso a quegli anni. Di una cosa sono certo sono stati i belli vissuti sino d’ora.

    • “Crazy days in crazy years…” come ebbe a dire qualche tempo fa Dan Stuart ripensando ai tempi dei concerti dei Green on Red allo Slego!

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